Venezia in una Notte: come è nata la mia notturna fotografica
Venezia in una Notte: come è nata la mia notturna fotografica
Era il 2018.
In quel periodo collaboravo con lo Studio fotografico Punta e Scatta del mio amico Manuel realizzando workshop fotografici sulle Dolomiti.
Insieme avevamo avuto un'idea che, a quel tempo, sembrava abbastanza controcorrente: organizzare un workshop fotografico notturno a Venezia.Pochi fotografi lo facevano e proprio per questo ci sembrava un progetto giusto, diverso dal solito, con qualcosa di nuovo da dire.
Avevo curato ogni dettaglio: sopralluoghi, orari, percorso. Tutto pronto.
Poi, due giorni prima della data prevista, Manuel, che avrebbe dovuto occuparsi della parte pratica, mi scrive che ha la febbre e non può venire.
Mi dice: lo devi fare tu, da solo. Ci sono sei persone iscritte.
Il mio primo pensiero è stato di puro sconforto, non avevo mai gestito un gruppo di persone per un'intera notte, da solo e, per giunta, era la prima edizione di quel workshop di fotografia.
Non sapevo nemmeno io, fino in fondo, cosa aspettarmi.
Mi sono fermato un momento e mi sono fatto una sola, semplice, domanda: di cosa ha davvero bisogno chi decide di iscriversi a un workshop fotografico notturno a Venezia? La risposta più immediata è stata: vivere l'esperienza, essere lì di notte, fotografare luoghi che di giorno si mostrano in tutt'altra veste, realizzare fotografie che normalmente sfuggono.
Poi, ragionandoci meglio, mi sono convinto che non doveva essere solo questo perché l'esperienza fotografica notturna fine a se stessa è alla portata di chiunque abbia la pazienza di rimanere sveglio tutta la notte: non può essere questo il motivo principale per iscriversi.
Il valore del workshop doveva risiedere altrove, nella struttura del workshop stesso: unire lo scatto sul campo a momenti dedicati alla formazione pratica, legandoli tra loro in un senso logico, non solo cronologico.
Su questa base ho buttato giù una scaletta semplice: tramonto in un posto tranquillo, una cena con un momento di aggregazione vero e proprio, l'inizio della notturna nelle zone più silenziose e, infine, i luoghi più conosciuti a un'ora in cui sono praticamente vuoti, fino all'alba.
Una struttura che ha retto nel tempo.
Quella prima notturna andò bene. Sorprendentemente bene.
La struttura che avevo abbozzato in due giorni è rimasta più o meno la stessa per gli otto anni successivi del workshop "Venezia in una Notte".
Più o meno, perché nel tempo alcuni dettagli sono cambiati ed è proprio in quei dettagli che si racchiude l'evoluzione del progetto.
Il tramonto lo fotografiamo da sempre nello stesso punto isolato in mezzo all'acqua, con la città che si mostra di fronte. All'inizio lo usavo solo per quello. Poi ho capito che era anche il momento ideale per il primo briefing tecnico: lettura corretta dell'istogramma, automatismi disattivati, iperfocale, messa a fuoco in notturna ecc.
Un tempo ne parlavo più avanti, nel cuore della notturna fotografica. Adesso lo faccio qui, durante il tramonto, con la luce che cambia intorno a noi mentre ne parliamo.
La teoria smette di essere astratta e diventa il preludio di qualcosa che sta per succedere davvero.
Anche il momento della cena si è evoluto negli anni. Torno sempre nel mio ristorante di fiducia dove mi riservo un tavolo appartato: tra zaini, cavalletti e attrezzatura varia, un gruppo di fotografi occupa più spazio del normale.
All'inizio era semplicemente una cena, un momento in cui le persone iniziavano a conoscersi. In seguito ho cominciato a portare il portatile e ad illustrare alcune tecniche di sviluppo RAW e quel tavolo si è trasformato in una piccola aula.
Anche quello che spiego, di fatto, è cambiato negli anni.
All'inizio era solo il processo di unione di due scatti in HDR con Lightroom e Camera Raw, propedeutico alla notturna fotografica. Poi ho iniziato a parlare anche di maschere di luminosità e di riduzione del rumore digitale per chi è più avanti con la post-produzione.
Chiudo sempre con flare e luci parassite, un problema costante quando si fotografa di notte in città, mostrando come risolverlo sia in fase di scatto che, se serve, in post-produzione.
Quando il silenzio libera lo sguardo.
Dopo cena si inizia a fotografare in zone defilate, lontane dai percorsi più battuti, dove l'unico rumore è quello dell'acqua. Partire da un luogo con poche distrazioni è fondamentale perchè è lì, in quel momento, che il gruppo comincia ad applicare quanto appreso nei due briefing.
Poi ci si sposta lentamente verso il centro storico, attraversando campi, calli e campielli che di giorno sono pieni di gente mentre di notte diventano scenografie quasi private, fino ad arrivare nei luoghi più iconici della città che, a quell'ora, sono tutti per noi.
All'inizio della serata i partecipanti sono sempre prudenti, si guardano attorno, chiedono conferme, scattano e mi chiedono se l'hanno fatto bene.
È un comportamento comprensibile: si trovano in un luogo nuovo, di notte, con un'attrezzatura che magari non usano spesso in condizioni così impegnative.
Nel corso della notturna però qualcosa cambia, ed è visibile.
A un certo punto smettono di cercare la mia conferma dopo ogni scatto, si fermano davanti a un riflesso sull'acqua e lo osservano da soli, provano un'impostazione, la modificano, riprovano.
Qualcuno si allontana di qualche metro dal gruppo per trovare un proprio punto di vista, non per isolarsi, ma perchè ha trovato il proprio equilibrio.
È il momento che aspetto ogni volta, quello in cui la titubanza lascia spazio all'autonomia e i partecipanti iniziano a godersi finalmente la notturna fotografica.
Quella notte del 2018 l'ho visto accadere per la prima volta, quasi senza accorgermene.
Da allora lo osservo ogni volta e arriva sempre più o meno nello stesso momento: da qualche parte tra le calli silenziose di Dorsoduro e le luci riflesse di Rialto.
Le lezioni che si imparano solo sul campo.
Quella prima notte mi ha insegnato anche altro.
A un certo punto qualcuno aveva fame, altri cercavano un caffè, qualcuno un bagno.
Venezia di notte non è una città qualsiasi e alla mia prima esperienza, da solo, non avevo tutte le risposte pronte.
Le ho trovate assieme al mio primo gruppo.
Da allora so dove andare, conosco i locali aperti a notte fonda, so dove ci si può fermare.
Dettagli che chi non vive a Venezia difficilmente conosce e che in una notturna di circa 6 ore fanno la differenza.
La maratona fotografica si chiude sempre allo stesso modo: l'alba in un punto sull'acqua con lo sguardo che ritorna verso l'isola da cui siamo partiti la sera prima e che, quando decide, si accende di un rosso difficile da scordare.
C'è un'altra cosa che vedo ogni volta, da più di otto anni di workshop notturni a Venezia, sul viso delle persone durante l'alba: un misto tra il sollievo e il dispiacere.
Sollievo, perché la stanchezza di una notte intera con zaino e cavalletto si fa sentire e sanno che presto potranno fermarsi.
Dispiacere, perché quello che hanno vissuto, Venezia di notte inseguendo la propria passione, sta per finire.
Quella notte del 2018, da solo, catapultato in un workshop notturno a Venezia, non avrei mai immaginato che sarebbe diventata il punto di partenza di tutto quello che faccio ancora oggi e nemmeno che, anno dopo anno, sarebbero state proprio le persone che hanno scelto di fidarsi di me ad aiutarmi a costruire quello che, oggi, è un punto di riferimento delle notturne urbane a Venezia.
Se questa storia ti ha incuriosito, il prossimo capitolo potrebbe essere il tuo.
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